Come insegnava magistralmente un altro grande teologo e cardinale del XX secolo, il domenicano
Yves Congar (+ 1995), qualunque riforma istituzionale della Chiesa,se non accompagnata da un rinnovamento
spirituale profondo incarnato da testimoni viventi, è destinata a fallire. Come stare nei conflitti senza
spazientirsi e perdere la fiducia? Sulla questione e alla fine mi sono scritto un piccolo prontuario per vivere
con fede anche questa sfida che la storia ci pone difronte, memore che la Chiesa è in mano a Dio e che nella
sua storia bimillenaria ha vissuto periodi di divisione ben più gravi e tragici (si pensi a mo’ di esempio alla
feroce e prolungata crisi ariana durata, considerando le sue propaggini, oltre trecento anni). Quello che
stiamo vivendo oggi, potrebbe durare decenni. Propongo dunque con ogni umiltà e senza pretese di
esaustività cinque punti possibili da tenere presenti.

  1. Fede. San Doroteo di Gaza (+ 565) insegnava che la vita assomiglia ad una ruota con un centro
    e dei raggi: più ci si avvicina al centro che è Cristo maggiormente noi, i raggi della ruota, si
    avvicinano tra di loro. La metafora vale anche al contrario! Più ci si allontana dalla fede in
    Gesù unico Maestro e Salvatore più ci si isola in appartenenze e correnti di pensiero. Si è divisi
    non tanto perché si vive in mondi differenti quanto perché le categorie evangeliche non
    hanno informato veramente il nostro modo di pensare. Posizioni opposte si riconciliano solo
    se si ragiona con il paradigma della fede. In concreto ciò significa affidarsi alle parole e ai
    comportamenti di Gesù senza cedere alla tentazione di selezionare dalla Scrittura ciò che si
    accomoda meglio con le proprie visioni di fondo. In tal senso il confronto quotidiano con la
    Parola nella lectio divina può essere di grande aiuto, così come l’accostarsi ai sacramenti e
    alla liturgia delle ore, come il luogo dove Dio opera ed edifica sia il singolo che la comunità.
  2. Silenzio. Non si può pensare di ricomporre le divisioni a forza di parole o semplicemente
    ascoltandosi reciprocamente, per quanto bello e necessario possa essere. Tacere è
    ridiventato urgentissimo. Fare silenzio vuol dire creare uno spazio interiore per accogliere una
    visita: la Madre del Signore insegna. Una persona che dice di voler ascoltare l’altro ma vive
    disperso in mille curiosità, crederà di dare attenzione a chi gli sta difronte ma in fondo non lo
    farà (e non per malizia bensì per incapacità). Silenzio vuol dire anche saper attendere con
    pazienza che le soluzioni apprezzabili maturino, lasciando che la storia faccia decadere ciò
    che non viene da Dio. I cambiamenti duraturi nella Chiesa di oggi non sembra possano
    arrivare da decreti o maggioranze: i documenti (specie quelli lunghi) non li legge più nessuno,
    nemmeno il clero. Inoltre, silenzio significa decidere di non entrare in sterili contrapposizioni
    che invero sanno più da tifo da stadio che da confronto sapiente tra legittime e diverse
    sensibilità.
  3. Studio. Lo studio è, insieme all’umiltà, l’unico modo che abbiamo per sfuggire all’arroganza e
    al ripiegamento compiaciuto su noi stessi; chi studia impara a familiarizzare con i limiti e di
    conseguenza riesce a frenarsi davanti all’impulso di metter bocca su tutto o a tutto dar
    credito. Bisognerebbe ricordare a tal proposito il monito di San John Henry Newman (+ 1890)
    recentemente proclamato “dottore della Chiesa”: «Quando la Chiesa dimentica la Tradizione
    va a mettersi irrimediabilmente sotto la politica». Studiare comporta che si preferisca l’analisi
    alle sintesi affrettate, la fatica di leggere e di pensare, magari rinunciando a qualche attività
    di troppo. Senza studio non c’è pensiero, senza pensiero non c’è visione, senza visione non
    c’è alcuna speranza di un annuncio che incida e liberi le coscienze dalle paure.
  4. Testimonianza. È più importante fare scelte evangeliche controcorrente che avvitarsi in
    interminabili discussioni. La cosa più importante che io personalmente posso fare oggi è
    amare il Signore e il prossimo, specie i più soli o poveri, gli anziani e i giovani, ascoltando i
    primi e incoraggiando i secondi. Oltre alla testimonianza da offrire al mondo, ce n’è anche
    una da porre urgentemente dentro la comunità: abbiamo bisogno di mitezza senza
    ambiguità, di credenti non arrabbiati e che non canalizzino l’ira sociale (diffusissima) nello
    scontro intra ecclesiastico. Gesù Signore non ha urlato né prevaricato, ma è morto in croce
    perché fossimo redenti e liberi. È più facile profetare su come debba essere la Chiesa che dare
    la vita per far crescere gli altri.

Don Giuseppe Forlai
Eremita diocesi di Roma